martedì 21 luglio 2015

STORIE DI GIORNALISTI (RACCONTA GREG)
C'e una canzone di G. Brown in Havana Moon, un disco di Santana, che ripete a ritmo country la frase “E tutti se ne andarono in Messico”, ci andarono i suoi amici, ci andarono i suoi compagni, ci andò persino il suo cane. Immagino che formi parte della congiunzione di due delle più sane tradizioni nordamericane: mettersi in strada (grazie Woody Guthrie, Kerouac, Wyatt Earp, Bob Dylan, John Dos Passos, Calamity Jane, L'uomo Ragno, John Garfield, Ernest Hemingway) e scendere verso la frontiera, cercare il sud (grazie John Reed, Indiana Jones, James Taylor, Clint Eastwood, John Houston, Babe Ruth, Carleton Beals, Mike Gold, Burt Lancaster).
Suppongo che io me ne fossi andato al sud varie volte negli ultimi anni per quei due stessi motivi nazionali. Ma non era facile scendere a sud. Ogni conoscenza richiede l'assunzione per dosi, equivalente in peso e importanza, al motivo che ti spinge a farlo. Essere UScitizenUSbornGringo in America Latina è un passatempo per incoscienti, gangster a buon mercato, missionari commercianti, radicali al limite della pensione, freak, illusi o crociati. Tutti questi vanno a sud della nostra frontiera per via dei loro demoni. Viaggiano con i propri fantasmi. Poi ci siamo noi, gli altri, quelli che pensano che non ci siano frontiere, ne paesi, ma solo paesaggi e canzoni cantate in lingue che a volte non si conoscono. Tra tutti i mostri che viaggiano verso sud, noi siamo i più pericolosi, perché crediamo di non avere peccati originali da farci perdonare; perché pensiamo razionalmente di non essere troppo diversi, di poter coesistere con i nativi nei giusti termini: tu mi dai io ti do, tu mi sorridi io ti sorrido, anche se di notte abbiamo incubi dove bambini affamati e seminudi, i vivi fantasmi latinoamericani, ci indicano col dito. Scendere a sud, è, come sapevano Malcolm Lowry e Joseph Conrad e Ambrose Bierce, una discesa ai propri inferi. Abbandonando l'ingannevole paradiso nordamericano, il vero inferno, i demoni attaccano, cercano di fuggire dalla pelle ed erompere fuori. Lo sappiamo quando viaggiavamo verso sud, conosciamo i marziani che giocano a ping pong nelle nostre teste. E tutto sommato ci piace essere così, e non in un altro modo. Quello che non ha l'inferno dentro sarà contento di morire davanti al suo televisore in un posto assurdo come Indianapolis.
Bene, io ero qui. E se a volte non ci capivo niente, nemmeno i nativi sembravano capirci molto; per lo meno di questa storia assurda, di quel che si deduceva leggendo i giornali. Glielo dissi al Ciccio. Mi rispose che quando si stava lavando i denti non aveva tempo per le merdate razziste nordamericane.

          A quattro mani (Paco Ignacio taibo II)



3 Commenti:

Alle 20 settembre 2015 21:22 , Blogger lievito ha detto...

bellissimo, mi ricorda Bolano, ma non ho purtroppo letto mai nulla di Taco Ignacio Taibo. Lo consigli?

 
Alle 20 settembre 2015 21:22 , Blogger lievito ha detto...

bellissimo, mi ricorda Bolano, ma non ho purtroppo letto mai nulla di Taco Ignacio Taibo. Lo consigli?

 
Alle 21 settembre 2015 04:45 , Blogger diamonds ha detto...

Non potrei fare altrimenti. La bicicletta di Leonarso mi ha accompagnato nella stagione della mia seconda vita(ora sto aspettando di iniziare una terza). Anche quello scrito a quattro mani col subcomandante Marcos e` stato illuminante

 

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