sabato 25 maggio 2013


"nel leggere tutti questi libroni sulla vita di Dio,
si dovrebbe osservare che sono stati scritti da uomini"

                                    Bob Kaufman - Blues dell'acqua pesante


http://paetulus.com/audio/Lou%20Reed%20-%20Transformer/lou%20reed%2007%20satellite%20of%20love.mp3

venerdì 24 maggio 2013

"Visto da vicino nessuno è normale" (Franco Basaglia)

L'uomo che sussurrava alle buche



Nelle ore piccole,
naturali
dove si rintanano creature.
Scavate a mano
nelle perquisizioni della terra,
in cerca di confidenze,
o di lontane radici
da cogliere al volo.
Per stanare l'ispirazione
impazzendo con grazia,
chino
 con le spalle al cielo
  sotto una luna che galleggia



"Capita a tutti di ciondolare per i corridoi di un museo.Ecco che,al colmo della noia,sei conquistato da un ritratto.Ti avvicini,lo osservi,tenti di capire chi possa essere l'autore.Poi dai una sbirciatina alla didascalia per scoprire che il quadro che stai contemplando con ammirazione per un paio di minuti appartiene a un allievo di Taddeo Zuccari. Che sconforto! Improvvisamente il ritratto ti appare trascurabile e i minuti che gli hai concesso tempo sprecato.D'altronde può accadere anche il contrario.Di imbattersi in un quadro insignificante il quale,assodato che è stato Rubens a dipingerlo,opaco fino a un istante prima,d'un tratto prende fuoco. Il potere dei nomi è fatale e terrificante(chiedetelo a Proust)e nessuno di noi è esente dall'influsso di radicati pregiudizi.Mi capita spesso di ricevere libri di autori che disprezzo e di non concedere loro neppure il beneficio del dubbio.Solo risalendo a come io abbia maturato un giudizio così severo ricordo che si trata di uno scrittore che non ho mai letto,uno scrittorre di cui un paio di amici mi parlarono male.Un tale che va snobbato e basta. Per non arlare dell'indulgenza che concediamo ai libri brutti di scrittori amati.Dopotutto,la cultura di un individuo non è che la somma dei suoi pregiudizi.Una triste constatazione.."

        Alessandro Piperno - Pubblici infortuni


giovedì 23 maggio 2013

La colonizzazione dell’identità sarda “Tutto ciò che sai della Sardegna è falso”, il libro di Omar Onnis presentato da Lìberos ( http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2013/05/18/news/la-colonizzazione-dell-identita-sarda-1.7086148 )

È matematica pura: ogni volta che mi trovo in un contesto pubblico e sono l'unica sarda presente, so con assoluta certezza che a un certo punto qualcuno dirà qualcosa di stereotipato sulla mia sardità nell’ingenua convinzione di farmi un complimento. Se il contesto è un dibattito, il moderatore magari domanderà malizioso «chissà che effetto fa questo all'orgoglio sardo della nostra ospite!»; o sarà convinto di compiacermi con una frase tipo «come ben sapete voi sardi, che siete così ospitali»; da quando il femminicidio è diventato più evidente come fenomeno di cronaca, capita sempre più spesso che la frase che mi viene rivolta tenda a marcare una presunta differenza sarda nei rapporti con il genere femminile «… perché comunque voi avete il matriarcato».Sono momenti in cui capisco come si devono essere sentiti per anni i neri quando qualcuno commentava il loro innato senso del ritmo o i gay quando si teorizzava il loro naturale buon gusto nella moda. In quelle situazioni l'intelligenza suggerirebbe ai neri, ai gay e ai sardi di alzarsi e andarsene senza dare spiegazioni, ma devo ammettere che col tempo ho imparato a esercitare una certa indulgenza verso i pregiudizi perpetuati sui sardi dai non sardi, almeno quando questi ultimi hanno buone intenzioni. La tolleranza svanisce però del tutto quando mi capita di sentir dire queste sciocchezze dai sardi stessi; non c'è niente di più avvilente di qualcuno che si conforma alla narrazione limitante che si vuole dare di lui, cedendo ad altri il potere sulle proprie trame e continuando ad annuire come marionetta anche quando è evidente che tutto quel che si sta dicendo di lui è una clamorosa, oleografica finzione.
Gioco di specchi. Tutto quel che i sardi sanno sulla Sardegna è falso, perché è dentro un gioco di specchi dove il compito di raccontarlo è stato da tempo ceduto ad altri con la piena e colpevole collaborazione dei soggetti narrati. Sono pochi quelli che tentano di ribellarsi e osare una timida contro narrazione. Questi pochi vorrebbero tanto alzarsi e dire «no, scusate, questa è una sciocchezza, io conosco anche sardi senza un'oncia di orgoglio, sardi per nulla ospitali e sardissimi sardi che picchiano le loro sardissime mogli esattamente come a Varese i varesotti con le varesotte, altro che matriarcato…» Ma ad accoglierli sarebbe un coro di scettici, gente incredula o disposta a considerare quelle obiezioni al massimo come eccezioni che confermano la regola del sardo come personaggio letterario.
Per questo gli scaffali dell’editoria sarda sono pieni di ricette del piatto tipico (che cambia ogni decennio, ma questo è irrilevante), affollati di guide dei campeggi, di cataloghi di spiagge, di romanzi pieni di personaggi ferini e di tutto il corredo che occorre al perfetto turista per sentirsi accolto proprio dentro a quello che si aspetta di trovare; mancano invece quasi del tutto libri che oppongano a questa cartolina un qualche tipo di controcanto. Tra le poche eccezioni ricordo con particolare piacere il pamphlet “In Sardegna non c'è il mare” di Marcello Fois che, come l'autore di questo libro, è barbaricino, notazione non casuale se è vero che per smontare lo stereotipo occorre averne abitato fino in fondo il cuore mistificante. Se il testo che avete in mano ha una qualche madre logica, probabilmente è nascosta tanto tra gli studi accademici dell'autore quanto tra le pagine ironiche e dissacratorie del narratore nuorese.
Con il suo libro “Tutto quello che sai delle Sardegna è falso” (Arkadia Editore) Omar Onnis spiazza subito, perché prende le mosse da una constatazione oggettiva: i sardi sanno poco o nulla della loro storia effettiva, ma in compenso nel corso degli ultimi secoli si sono bevuti senza particolare difficoltà tutte le storie possibili su se stessi, divenendone in troppi infelici casi persino ripetitori. Non ci prenda però la fretta di far diventare anche questo un tratto tipico sardo: essere docili all'occupazione simbolica non è una nostra specialità locale, ma un meccanismo comune a molti popoli negati, cioè tutti quelli che hanno vissuto il complesso processo di distruzione dell’appartenenza a se stessi che va sotto il nome di colonizzazione culturale.
Le dinamiche narrative che accompagnano questo processo sono sempre le stesse a ogni latitudine e presentano tratti comuni. Il primo tratto dello sradicamento simbolico è la presenza virale di "storie di inadeguatezza", ovvero leggende nere che veicolano l'idea che il popolo protagonista sia strutturalmente incapace a fare bene le cose che gli servono per essere se stesso. La Sardegna in questo è un'eccellenza: ha più storie di inadeguatezza che nuraghi. Ovunque ci ripetiamo che i sardi non sono imprenditori. Che non hanno spirito di cooperazione. Che sono individualisti, invidiosi, mal uniti quanto pochi.
Ius sanguinis. I sardi, secondo i sardi stessi, sono incapaci per nascita e riconoscono in se stessi una sorta di ius sanguinis che li rende cittadini del mondo dei perdenti. Il secondo tratto del processo di colonizzazione narrativa è parallelo al precedente e richiede la nascita di "storie di specialità", cioè trame in cui, in mezzo al mare dei difetti cronici confermati da tutte le storie di inadeguatezza, sorgono come stelle alcuni tratti virtuosi; a dire il vero pochi, ma con connotazioni così marcate da costituire un esempio per chiunque guardi. Così è pacifico che nessuno sia un amico più fedele di un sardo e certamente nessuno è più ospitale. Nessuno combatte meglio e nessuno ricorda così a lungo torti e benefici ricevuti. Il sardo è onesto, determinato, mantiene la parola e per questo è affidabilissimo.
Queste mirabili particolarità, presentate come eccezioni a fronte di un'identità collettiva incapace di tutto il resto, non bastano comunque mai a fare il passo che occorre a far uscire gli abitanti dell'isola dalla narrazione mortifera del piccolo popolo sconfitto da se stesso. Inadeguatezza e specialità, oltre che puri e semplici falsi, sono i registri che Omar Onnis confronta e smonta in questo libro, tra le cui pagine potreste scoprire che non siamo poi così matriarcali come ci piace credere, che di imprenditori e imprenditrici sarde è piena la storia, che il rapporto malato con l'Italia è un re nudo, che i fenici forse non erano dominatori, che la lingua sarda non è più ingestibile di tutte le altre lingue del mondo e molte altre cose che da sardi amiamo ripeterci tra di noi e sentirci ripetere da chiunque ci venga a trovare.
Vi divertirete a leggerlo e forse vi disorienterete davanti a certe decostruzioni di cose date ormai per verificate, ma io spero anche che questo libro vi faccia arrabbiare.
© COPYRIGHT ARKADIA EDIZIONI 2013



© COPYRIGHT ARKADIA EDIZIONI 2013

Don Gallo, diretto e senza preamboli. Che meraviglia… di Monica Lanfranco - http://www.ilfattoquotidiano.it/


Ero a Bologna quando sui cellulari di alcune persone che erano con me è arrivata la notizia della morte di Don Gallo, e i volti si son fatti tristi.
Mi son salite le lacrime, nonostante fossero giorni che si sapeva che il momento stava arrivando, e ci si stava preparando all’evento, inutilmente, perché la morte è sempre ospite inattesa.
Essendo l’unica genovese in quel momento è scattato uno strano sentimento di appartenenza e di obbligo a dover fare in qualche modo da cerimoniera: istintivamente il gruppo si è rivolto a me, quasi che il lutto mi riguardasse un po’ di più.
Così ho ricacciato indietro l’emozione e mi son sentita dire, io laica e atea, mentre cercavo di sorridere: ”Non siate tristi, Don sarà contento ora che è con il suo dio”.
Che strana sensazione, e che regalo prezioso da parte di quest’uomo al quale non era possibile restare indifferenti.
Quando, in occasione dei suoi 70 anni, gli fu conferito un premio per la persona più impegnata nella solidarietà in Liguria, la premiazione si trasformò in una festa organizzata in un teatro, anche perché cadeva in occasione del suo compleanno, (Don era del cancro, nato un giorno dopo il mio primo figlio, per questo me lo ricordo bene).
La scelta fu di celebrarlo con piccoli tributi a sorpresa, brevi frasi e saluti da parte di chi lo conosceva e amava, e a me venne chiesto di partecipare in qualità di ‘femminista’.
Don aveva sempre partecipato con gioia e generosità a tutte le iniziative che avevamo organizzato come rivista Marea, spesso unico uomo (e sacerdote) a prendere parola con la sua consueta veemenza nelle iniziative con taglio di genere. “Son sempre le donne a fare di più, quanto c’è da imparare dalla Maddalena, noi uomini facciamo schifo così tante volte da farmi vergognare”, diceva spesso, ericordava con delicatezza sua madre, della quale ricordava la pazienza e la forza.
Quando ero giovanissima giornalista nella tv genovese del Pci, (parliamo degli anni ’80) e lui partecipava, con l’immancabile sigaro, alle affollatissime riunioni del partito sulla legalizzazione delle droghe leggere, ebbi il primo impatto con la sua particolare trasgressività.
Mentre fervevano discussioni dal tipico stampo genovese plumbeo, nelle quali i duri del partito erano fermamente contrari alla legalizzazione della cannabis, perché ‘dallo spinello alla siringa il passo è breve’ lui, che di tossici ne sapeva già da allora, si alzava, tossiva, e brandendo il toscano diceva: “Compagni, sono tutte cazzate. Questo qui (il toscano) è anche peggio dello spinello. Se non si ragiona sulla legalizzazione delle leggere i ragazzi cadranno nella droga non perché si passa facilmente dallo spinello alla pera, ma perché il mercato illegale metterà in commercio la ‘merda’ (eroina e cocaina) a basso prezzo, e ne perderemo. Datemi retta”.
Ricordo il silenzio imbarazzato dei notabili comunisti, e le bocche aperte per la sorpresa.
Don era così, diretto e senza preamboli. Che meraviglia.
A Sanremo, invitata qualche anno fa con lui da un gruppo di donne a parlare di laicità e diritti riproduttivi (sì, avete letto bene), dovetti fermarlo prima che bestemmiasse, cosa che qualche volta rischiava di capitare, e il divertente era che io, ormai avezza a questa gag, riuscivo ad anticipare il momento ed esclamavo: “No Don!” e lui rideva a crepapelle.
Non si rideva, invece, quando facendo anticamera per parlargli, nella sede genovese della Comunità al porto, si aspettava che uscisse dal suo studio.
Spesso ci sono capitata quando dentro c’era un ragazzo in procinto di essere accolto in una delle case di accoglienza per tossicodipendenti sparse in Italia o all’estero, e con me nella sala adiacente alla vecchia chiesa sedevano i genitori del malcapitato, aspettando l’esito del colloquio.
Sguardi stanchi, mani nervose, volti segnati dalla fatica e dal dolore di vite devastate dalla droga nella quale è caduto un figlio o una figlia, un’esperienza dalla drammaticità inimmaginabile. La comunità di San Benedetto, per molti, è l’ultimo approdo.
All’improvviso la porta in cima alla scaletta si apriva, e Don usciva, spingendo giù il ragazzo. “Drogato di merda, vai dai tuoi e ringraziali che son qui per te”.
Parole durissime dette con una carica di affetto e di incoraggiamento potente, salvifica, catartica, che ti rimette al mondo, letteralmente.
In quella premiazione, quando il mio nome fu chiamato e mi trovai accanto a lui per dire la mia frase lo guardai e gli misi una mano sulla spalla, in procinto di abbracciarlo.
“Ti voglio bene Don, gli dissi – Accidenti a te, se non fossi un prete…”. Sorrise, ricambiò l’abbraccio, si lasciò festeggiare. Che dono grande averlo conosciuto.





p.s. 
“Per salvare il mondo, devi cominciare a salvare una persona alla volta. Tutto il resto è puro romanticismo o politica”  scriveva Charles Bukowski. Don Gallo è riuscito ad andare molto oltre

"Se non erro, avete detto di prevedere un incasso lordo inferiore di duecentocinquantamila dollari inferiore al costo di produzione del film?"
"E' un film d'eccezione" disse Sthar con presunta ingenuità.
Avevano capito tutti,ormai,ma pensavano ancora che nella faccenda si celasse un trucco. Stahr,in realtà,era convinto che il film sarebbe stato redditizio. Chiunque non avesse perduto la ragione...
"Per due anni abbiamo puntato sul sicuro" disse Stahr,"è giunto il momento di produrre un film che ci farà perdere un po di denaro.Consideratela una prova di buona volontà...ci assicurerà nuovi clienti."
Alcuni di loro continuarono a credere che egli pensasse a una avventura finanziaria al fuori del normale e tuttavia redditizia,ma Stahr non li lasciò nell'illusione.
"Sarà un film in perdita",disse alzandosi,sporgendo appena in fuori la mascella,con gli occhi sorridenti e splendenti.
"Sarebbe un miracolo ancora più grande di quello di Angeli dell'inferno se gli incassi coprissero il costo.Ma abbiamo un certo dovere nei confronti del pubblico,come ha detto Pat Brady ai pranzi dell'accademia. E' utile dal punto di vista della produzione girare un film in perdita."

                                           Francis Scott Fitzgerald - Gli ultimi fuochi

mercoledì 22 maggio 2013


Si suicida a Notre-Dame contro le nozze gay

Protagonista lo scrittore vicino alle idee di estrema destra Venner.

Suicidio choc a Parigi, nella cattedrale di Notre-Dame. Lo scrittore e storico Dominique Venner, 78 anni, attivista anti-gay, si è sparato vicino all'altare della chiesa, gremita di turisti. Poche ore prima sul suo blog aveva annunciato "un gesto simbolico". Venner era un'attivista oppositore della legge sulle nozze gay e vicino alle idee di estrema destra. La cattedrale, dove c’erano 1.500 persone, è stata immediatamente evacuata.
 

Ha lasciato una lettera

Sul corpo è stata ritrovata una lettera, dove, molto probabilmente, ha spiegato le ragioni del suicidio. Sul suo blog, poco prima del gesto estremo, ha scritto: "I manifestanti del 26 maggio (la prossima dimostrazione contro le nozze gay, ndr) hanno ragione a gridare la loro rabbia. Una legge infame, una volta votata, può sempre essere abrogata" e ha spiegato: "Ci vorrà certamente un gesto nuovo, spettacolare e simbolico per scuotere la sonnolenza, scrollare le coscienze anestetizzate e risvegliare la memoria delle nostre origini".




ilsalvagente.it





Bye Bye Baby (ci rivediamo all'inferno)