La villetta aveva il silenzio dei frigoriferi vuoti e delle chiese feriali.
Sul tavolo della cucina, una pesca troppo matura collassava dentro se stessa come una stella depressa. Il sangue, sulle piastrelle, sembrava aver studiato geometria: linee oblique, spruzzi calibrati, un compasso impazzito.
In paese dicevano che fosse stata una disgrazia elegante. Qui anche i delitti portavano scarpe lucidate.
Il maresciallo Baratti fumava MS senza accenderle. Le teneva tra le labbra per ricordarsi che il mondo era combustibile. Guardò la foto della ragazza sul mobile: sorriso da pubblicità di yogurt, occhi di chi crede ancora che il male abbia bisogno di bussare.
Fuori, la pianura fermentava sotto il caldo. I cani abbaiavano ai trattori. Le tende delle villette respiravano piano, come vecchie signore sedate.
“Chi entra in una casa così,” disse Baratti, “non cerca soldi. Cerca una crepa nell’universo.”
Il tecnico della scientifica rise nervosamente. Aveva mani troppo pulite per stare vicino ai morti.
Nella camera da letto trovarono un portachiavi a forma di rana. Verde fosforescente. Ridicolo. Baratti lo fissò come si guarda un segno zodiacale comparso sul fondo di un bicchiere.
Perché gli assassini, pensò, non lasciano indizi. Lasciano barzellette private.
E certe barzellette continuano a ridere per anni.
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